Diceva Giacomo Noventa che dopo 7000 anni di letteratura non si poteva scrivere nulla di nuovo. O comunque era diventato difficile. Ma si
danno casi in cui il «nuovo» può trovarsi là dove meno appare o tale non si pretende. Penso a certe poesie che a primo impatto sembrerebbero
poco comprensibili e tuttavia riescono a sedurre: col ritmo, col suono, col geloso mistero della loro «lingua strana». Penso a romanzi dove il
lettore non viene informato sul «come-va-a-finire» (e «Va a finire che non finisce» verrebbe voglia di dirgli, magari consigliandolo di cercare
in altro campo, fra le tonde e rigogliose zucche dei romanzi dove tutto è spiegato). Ma più che dare risposte (c'è chi sostiene) l'opera letteraria
non dovrebbe aprire domande? Non sta proprio in questo la scommessa della sua durata?
G. Giudici, I mari di Biamonti, Trentarighe, «l'Unità», 23 maggio 1994, p. 6